Portobello

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Per uno strano scherzo del destino oggi mi sono ricordata di quando da piccola confondevo Enzo Tortora, Cino Tortorella (il mago Zurlì dello Zecchino d’Oro, a cui spero tale citazione giovi e garantisca il superamento dei 100) e Lino Toffolo. I primi due forse più per assonanza tra i cognomi che per reale somiglianza fisionomica. Tutti e tre rappresentano appieno la mia infanzia da neotelespettatrice. Toffolo lo consideravo la personificazione della confettura – motivo per cui la Santarosa divenne per me quella per eccellenza – e ogni barattolo di marmellata mi rimandava in automatico alla pubblicità e alla canzoncina di Johnny Bassotto, poliziotto alla ricerca della verità e investigatore di marachelle. Tortorella era il mago in calzamaglia che accompagnava i bimbi canterini. Tortora invece ancora prima di essere un conduttore era Portobello, inteso come il pappagallo picchiatello e non come il mercatino di Londra a cui si ispirava il format della trasmissione. Un collegamento immediato, ma forse una vera e propria sovrapposizione tra persona e pennuto. Ho un’immagine nitida di questo pappagallo impunito a cui bisognava far dire “portobello” e sento ancora chiaramente il timbro di voce della sua caricatura animata protagonista della sigla, che si incantava su ‘por’ ripetendo una serie rotante di erre, prima di concludere con ‘tobello’. Un ricordo che mi genera perlopiù angoscia per tutta la vicenda che ne scaturì, un clamoroso caso che esplose e si tradusse nello scandaloso calvario inflittogli. Nonostante la tenera età avvertivo già un senso di tensione e di tristezza per quello che stava accadendo. Crescendo, capendo, ripensando allo sguardo e alle parole di Tortora quando nell’87, dichiarato innocente e assolto, aprì la nuova edizione di Portobello, e documentandomi sul caso, mi sono schierata dalla parte degli innocentisti irriducibili. Ho provato pena per quell’uomo, vittima del sistema giudiziario e di una società che precondanna, punito ingiustamente con un trattamento vergognoso e abietto, e forse, come disse Sciascia, il mio non è tanto un giudizio creato e basato sugli elementi processuali, quanto piuttosto sul mio legame al personaggio e sulla simpatia che mi ha sempre destato. Oggi ricorre il ventottesimo anniversario della sua morte e, ripercorrendo di nuovo tutto il calvario, rimango della stessa opinione: uno dei peggiori e più eclatanti casi di malagiustizia italiana che ha distrutto la vita di uomo dandolo in pasto alla stampa e strappandogli via la dignità, la libertà, la fama e l’affetto della gente.

2 pensieri su “Portobello

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