Panna

Panna. Non è un caso che pane e panna abbiano la stessa radice. Trascurando l’etimologia, la semantica e la fonetica (sebbene già il suono in sé sia melodioso, estatico e seducente), secondo voi dipende da un fattore esclusivamente psicologico e da una suggestione sensoriale, che molte delle parole più belle del nostro dizionario siano state attribuite ai cibi? A differenza dell’attesa del cibo che provoca smania, bramosia, borborigmi o borbottii, gorgoglii che dir di voglia, e che quindi non può essere essa stessa il cibo, forse invece è proprio il nome del cibo ad essere esso stesso il cibo? In ogni caso la panna, soffice, spumosa, montata e non, ci fa montare la testa, ci illude che non possa esistere poesia scritta da illustri poeti con concatenazioni di parole e concetti ai confini con il divino, che possa competere con la poesia di un cibo assaporato dal palato. Ci illude che porti dentro la sua consistenza e negli ingredienti che mescolati le hanno dato vita, tutta la poesia necessaria per commuoverci come davanti ad un bel film, ascoltando una canzone, conoscendo, leggendo un libro, di fronte al mare e ai panorami mozzafiato. Potrebbe darsi che venire a contatto con la panna (e con tutti i dolci esistenti), prima con un dito o con un cucchiaino poi con la bocca, sia insomma un’anteprima paradisiaca della totale assenza di pensieri stridenti (tipo il Lunedì e molto peggio)? Potrebbe essere che toccando vette di perfezione gustativa assoluta sia un film, un libro, un panorama e una canzone tutti insieme? La razionalità però mi impone di ricordare che bisogna aver cura della propria salute e che certi cibi, considerati proibiti, non possono essere consumati regolarmente. Ma in fondo l’attesa del piacere aumenta il desiderio ma è essa stessa il piacere, giusto?

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