Il male è banale

Il male è banale. Così banale da pensare che dovremmo essere i soli a beneficiare di questo pianeta o anche soltanto ad abitarlo; così banale da credere davvero che la nostra libertà dipenda da quanto tutto ciò che è diverso ci lasci liberi e non da quanto ci si renda liberi aprendo ed offrendo l’unicità del proprio essere al confronto, all’approccio, all’aggregazione, alla partecipazione; così banale da proiettare continui complotti ai danni di una presunta e molto illusoria intelligenza di popolo o di singolo dichiarante numero elevato di problemi già suoi e/o della sua comunità; tanto banale, granitico e spaventoso da non concedere margini di apertura alcuni; così superficiale da lasciare senza parole e proprio per questo terrificante nel livello di bestialità e mostruosità che può toccare, tra i più bassi possibili; estremamente dannoso nella sua capacità di svuotare le menti e riempirle solo del marcio; alienante, ghettizzante, emarginante, settario. Il male è banale e proprio perché banale è un’arma di difesa semplice da abbracciare, obnubila la mente pensante e stimola durezza, inciviltà, involuzione, primitivismo nell’accezione negativa del termine, mentalità allo stato brado, il diffondersi a macchia d’olio dell’incattivimento e l’altrettanto rapida estinzione dell’umanità e della specie umana. Considerati i tempi difficili in cui viviamo, ho l’impressione che la solidarietà anche tra appartenenti alla stessa razza, età, generazione ecc, si stia definitivamente esaurendo e vada scomparendo. Mi capita sempre più spesso di avvertire una solitudine profonda in cui ci si autoconfina o in cui il diverso di ogni tipo si confina quando non rientra nei canoni o non raggiunge la perfezione imposta da un sistema fallato, e ammetto che mi avvilisce il proliferare di personalità esaltate le quali pretendono che il mondo gli riconosca un merito e sentono l’esigenza di parlare a sproposito ad oltranza per adepti che li seguono e li acclamano a gran voce a suon di ottusità.

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