Pepita


– Ciao, sei una bambina? 
– Magari lo fossi. Sono solo un po’ più grande di una bambina, ma posso essere una bambina se vuoi. Tu con questi occhioni e questi boccoli, come ti chiami?
– Pepita. Mi chiamo Anna Pepita. Stai andando anche tu al lago?
– Sì, faccio una passeggiata. 
Mi prende per mano come se mi conoscesse da sempre e passeggiamo chiacchierando. Mi mostra i suoi piedi piccini sfilandoli dai sandali e le finestre nella dentatura che porta fiera, e con la stessa fierezza mi ripete più volte che le sta cadendo un altro dente. Proseguiamo finché il papà di Pepita, 4 anni, bellissima, socievole e dolcissima, non ci interrompe. 
– Pepita, siamo arrivati. Saluta la tua amica. 
Ma Pepita mi tira la mano nella sua direzione perché vuole che vada con lei. Padre divertito le chiede di lasciarmi andare dandole della dispettosa e ridendo sotto i baffi. 

Pepita mi lascia andare soltanto dopo averle fatto capire che se avessi più tempo lo passerei tutto con lei e dopo la mia promessa solenne di rivederci presto. 

In realtà io con Pepita c’avrei speso molto altro tempo. Ma i bambini sono spontanei e gli adulti no. Le azioni fuori norma ci fanno salire troppe inutili paranoie, ci imbarazzano, ci fanno sentire ingiustamente giudicati. 

Vorrei tornare bambina per poter prendere per mano chiunque si alzi da un muretto all’improvviso, incroci il mio sguardo e mi ispiri belle sensazioni, così come ha fatto con me Pepita che in 5 minuti mi ha resa bambina e felice.

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