Sentire troppo


La leggenda narra che affinché le persone ipersensibili, emotive ed empatiche possano mitigare la loro condanna a sentirsi eccessivamente coinvolte sul piano emotivo e poco adeguate alla modalità più concreta, pratica, superficiale – nell’accezione positiva del termine -, a tratti cinica di condurre la vita, e possano avere un appiglio che funga loro da consolazione e da sprone, gli sia stata appunto riservata questa super-scomoda-dote, poiché possessori della forza necessaria a portare e sopportare macigni di proporzioni abnormi. Un dono che può trasformarsi in un incubo. Croce e delizia dell’anima. Pro e contro della qualità della vita. La leggenda narra inoltre che queste persone, sempre per consolazione, lenitivo e terapia d’urto, siano state fornite del sacro fuoco dell’ars scribendi ed inoltre di una virtù di difficile accettazione e metabolizzazione: la resilienza. Ecco perché, per tutto contro, le piccole cose e la semplicità dei gesti, delle emozioni e delle manifestazioni sono tanto amate, notate e ricercate da questi individui avvezzi a scavare fino al midollo. Spesso, più spesso di quanto immaginiamo e anche in un’apparente condizione di linearità di vita, su questo pianeta chiamato Terra, tanto complicato intrinsecamente quanto complicato dagli esseri che lo abitano, si affrontano le situazioni più disparate e disperate, situazioni che mai avremmo creduto potessero capitarci, situazioni che non sono esattamente ciò che avremmo sperato per noi, situazioni inaspettate, ingarbugliate, perennemente irrisolte o irrisolvibili, per via del fatto che molte delle sensazioni di pancia potentemente avvertite devono essere sottaciute e messe da parte a favore di ciò che è giusto. Per chi? Ciò che è più giusto per chi è più debole ed indifeso di noi, ad esempio. Irrisolvibili perché non ci si rivela del tutto per paura e allora si preferisce sopportare il logorio ( “è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura…”) e l’eterno dondolare tra ciò che si sente e ciò che è giusto, tra realismo e desiderio, tra realtà e speranza, tra rabbia e tenerezza, tra piacere e dispiacere. Sono situazioni che si affrontano inizialmente con ritrosia, perché sappiamo bene quanto implicheranno, ma poi ci si accosta ad esse con una certa dose di incoscienza, intesa come inconsapevolezza, cioè quella non totale conoscenza, del dispiegarsi dei fatti in fieri, che d’istinto influenza le nostre percezioni. A questa inconsapevolezza si aggiunge una sopravvalutazione delle proprie capacità di riuscita derivanti forse dal livello di coinvolgimento che talvolta è inversamente proporzionale al grado di razionalità e lucidità. Ci si sente in grado, ci si sente all’altezza dell’arduo compito. E sarebbe una delusione constatare la grandezza maggiore del compito, un’impresa sentita e voluta, rispetto a chi se ne è voluto far carico, comunque con passione e sentimento. Se gli interrogativi travolgono il segreto è concentrarsi su qualcosa di concreto, una miglioria da apportare, una pratica da svolgere. Ma una domanda svetta tra tutte: dove finiscono gli altri e dove inizia te stesso e viceversa? Vale quella storia della libertà? E quando la libertà coincide con l’egoismo? Quali sono i confini del sano e dell’insano? Questa è la notte del grande ‘bah!’ Ma di una cosa sono certa: senza mettere istinto, sentimento e passione in tutto quello che faccio, io divento vitrea e amorfa. Per ovviare a tutto questo sentirsi profondamente priorità di se stessi sarebbe un’ottima soluzione, anche al fine di accorciare i miei articoli, sì, ok. Decisamente più facile a scriversi che a farsi. 

Buonanotte

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