Proteggere sempre


(Febbraio dell’anno scorso. Ricordi che fanno bene all’anima e un po’ la sconquassano.)

La quotidianità scorre scandita da consuetudini. Della mia routine fa parte un particolare accudimento dedicato a lei. Lo ripeto giornalmente in maniera apparentemente meccanica, una serie di azioni e di gesti, quali possono essere quelli più comuni a chiunque, che sono diventati la consuetudine malgrado non dovrebbero esserlo, di cui lei necessita. In realtà niente è così meccanico in quello che faccio perché ogni volta che procedo c’è sentimento, coinvolgimento, premura, preoccupazione, pena, strazio, tenerezza. Sicuramente l’abitudine, la pratica, la ripetitività hanno conferito a questo accudimento un’aria di normalità. Anche se l’abitudine, come ho già detto, è solo una subdola illusione che si insinua e inganna le speranze. Perché di normale non c’è nulla, perché è umanamente ingiusto e insopportabile come del resto lo sono un’infinità di altre circostanze di vita critica e martoriata esistenti a questo mondo, perché non è andata come avrei voluto ma non ho avuto altra scelta che adeguarmi e rendere tutto il più sopportabile possibile. La consapevolezza razionale e l’ancestrale illusione, quella che mi fa sperare che sia ancora lei, trasformata nelle fattezze, privata della personalità e della ‘dignità’, ma comunque ancora lei insieme a me. E allora succede che un qualsiasi Venerdì sera, di quelli solitamente fatti di picchi di euforia per il weekend appena cominciato, diventi un momento da incorniciare. Un momento che passerà, che non ha passato né futuro, né motivo, ma un momento di cui godere, un momento da benedire. Rientro a casa in un comune Venerdì sera e lei mi accoglie con un sorriso di una trasparenza disarmante. Ride, le ridono gli occhi e ogni ruga e capisco che un raro sprazzo di lucidità la sta rianimando, lo capisco da quel “finalmente sei tornata!” pronunciato flebilmente ma carico di entusiasmo. Allora so che posso godere di qualcosa che non ho più avuto da troppo tempo, un dialogo con lei composto di elementi semplicissimi, costruito su logiche elementari ma comunque preziosissimo. Scelgo argomenti e uso concetti che la facilitino e favoriscano lo sprazzo. Lei interagisce, sgrida Jena perché abbaia come un’isterica, mi dice che ha fame, mi accarezza per istigare la belva famelica provocandone la gelosia, e ride perché sa perfettamente cosa sta facendo. Ed è un attimo, passa, passerà ma è miracoloso ed è nostro. Decido di mettere su una canzone di Zibba, lei tiene il ritmo battendo debolmente e a rallenti la mano sulla gamba, poi mi guarda, sorride di nuovo e allora noto che anche con la testa sta tenendo il tempo: “bella questa musica, me la rimetti?”. Un attimo da custodire. E mentre lo chiudo nel cuore, alzo gli occhi verso il televisore. Il tg1 sta trasmettendo un servizio sullo scempio avvenuto in una struttura del vercellese, una casa di riposo dove anziani e disabili subivano maltrattamenti. Presi a schiaffi, pugni, malmenati a volte con manici di scopa e chiavi, sottoposti a “umiliazioni e vessazioni”, addirittura “costretti a giacere per terra e sentirsi calpestare”. In alcuni casi pazienti malati psichici sono stati costretti a maltrattare ripetutamente altri pazienti, in altri casi pazienti sono stati chiusi a chiave nelle loro stanze, e sono stati lasciati lì nonostante le loro disperate richieste di aiuto. Ecco, spero che la vergogna si tramuti in un bufalo nero e li sventri e li divori. Ma non credo potranno mai provare vergogna. Allora li darei direttamente in pasto ad una mandria di bufali neri, questi miseri esseri di sola carne capaci di approfittarsi della debolezza altrui e di sfogarsi su di essa. Chi sarebbe riuscito a pensare in termini di pietà se lì dentro ci fosse stato un proprio caro? Istintivamente nessuno.

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