La fioritura


Giornata strana per tutti. Il terrore non deve sfociare nella psicosi e invalidare il corso della normale vita quotidiana, già radicalmente compromessa per molti nostri connazionali, ma uno scuotimento di fondo lo abbiamo subito tutti, inquietudine e turbamento sottesi e sedimentati che ci siamo portati dietro nelle comuni azioni e circostanze anche liete che hanno riempito la nostra Domenica. Gli episodi nefasti amareggiano, spaventano e culminano in nottate dominate dalla tensione per questa terra che trema forte, trema intensamente, interminabilmente seppur per pochi secondi ad ogni scossa. L’attesa e la speranza che la scossa abbia termine ne amplifica immaginariamente la durata, anche se quella di stamattina pare esser durata un’eternità. Questa è la sensazione percepita. Una sensazione che ti scuote e ti lascia scosso soprattutto interiormente. Attimi di sgomento che si insinua, fa presa e attanaglia al solo proiettare e prospettare immagini mentali di scenari catastrofici. E poi cercare di sdrammatizzare, di sciogliere il panico, credendo che non capiterà di nuovo, che non capiterà proprio qui. Sì, perché perché la fifa blocca ma contemporaneamente e meccanicamente attiva e tira fuori un primitivo istinto di sopravvivenza e di conservazione personale. Con tutta la disperazione sinceramente provata per le vittime e il patrimonio artistico distrutto, ci diciamo e ripetiamo che qui non capiterà, non raggiungerà quell’intensità, no non lo farà.  Il mio stato d’animo mi aveva preannunciato qualche scossone, come capita mi preannunci anche cose molto più banali. Lo confesso pur correndo il rischio di passare per prosaica o per una simil-Wanna Marchi. Forse è una mia suggestione, una mera casualità su cui imbastisco convinta stregate leggende da cantastorie, però sentirmi nervosa e particolarmente sottosopra di solito (ma non regolarmente) è premonitore, foriero. Divani che vibrano, lampadari che oscillano, pareti che sembrano di gomma, oggetti che si muovono da soli come guidati da presenze oscure. La medesima immancabile riflessione sulla forza devastante, sul potere e sulla sovranità della Natura, sul fatto che quando e come scatenarsi lo decide lei, senza avvertimenti, senza lanciare campanelli d’allarme, sovvertendo ogni presunta certezza, rovesciando presunti equilibri, all’improvviso, con più o meno furia, provocando danni, disastri e traumi in luoghi dove un minuto prima la vita scorreva normale tra i soliti rituali quotidiani. Inevitabile che scaturisca un minimo di fobia in ognuno di noi, immaginare come l’affronteresti se capitasse a te, cosa potresti fare per mettere in salvo i tuoi affetti. Impossibile mentirsi e non credere che avresti poche opportunità e zero tempo a disposizione per agire con calma e lucidità. Insopportabile il pensiero del peso sulla coscienza che causerebbero i sensi di colpa. Immediata la paura per tutti e per le persone a te care che vivono nelle zone dell’epicentro. La terra trema, gli eventi sono imprevedibili, e dinnanzi all’imponderabile e all’accidentale noi siamo formiche facilmente calpestabili, foglie in balia degli alberi autunnali, del vento, del tifone. Il caso e le congiunture sono bizzarri, causali e spesso in agguato. La terra trema, la gente è spaventata, si pone domande esistenziali. La gente colpita è nello smarrimento più totale. Nella stessa giornata del terremoto del 26 ottobre un giocatore di calcio ha disputato una partita lontano dall’epicentro, si è infortunato ad un ginocchio ed è uscito dal campo in lacrime su di una barella. In questa circostanza l’imprevisto ha preso il posto dell’imprevedibilità, qualcosa  comunque di inatteso ma con alte probabilità che accada se giochi a calcio a livello agonistico. Quella è stata nottata di tuoni, pioggia battente, insonnia. Gente in pena. Un ragazzo in attesa di un esito, così come chissà quanti altri infortunati, feriti, malati. Senzatetto già senza un tetto e quindi non così spaventati, non più di quanto lo siano già stati in passato. Jena, la mia belva famelica, non si è scomposta di un pelo, per lei l’importante è che sia sempre ben rintanata sotto le scoperte. Queste nottate che accomunano e avvicinano molto di noi, io le trascorrerei tutti insieme nello stesso focolare intorno allo stesso tavolo, coperti solo di una di quella coperte da ferrovie dello stato – per la precisione da cuccette del treno -, a ridimensionare sparando minchiate e valutando l’importanza di dirsi quanto ci si vuole bene anziché farsi la guerra, sputare veleno, diffamare, puntare dita contro e tutte le cose peggiori e malsane che un essere umano è capace di partorire. Ha tutto poco senso se lo si impregna di cattivi sentimenti e gli unici a rimetterci sono quelli che disperdono la loro energia incattivendosi, indurendosi e guardando sempre al marcio. Perciò abbiate cura gli uni degli altri più che potete.

Buonanotte.

Amen. 

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