L’italiano “seriale”

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Io ci provo, per sbaglio, a seguire 5 minuti di fiction e serie televisive italiane improntate sul genere poliziesco-azione-spionaggio prodotte da Taodue e similari, ma mi ritrovo puntualmente a vederne una e a vederle tutte. Sembrano realizzate con lo stampino, a parte qualche picco e slancio di originalità rara e faticosamente rintracciabile. Ma perché, ad esempio, tra la tante reiterazioni di trama, cambiano la scena, la location e gli attori ma la dinamica che induce alla rivelazione di un segreto fondamentale – punto cruciale e decisivo per lo snodo e la svolta, positiva o negativa, dei fatti – è sempre la stessa solfa? Un testimone, un traditore o comunque un personaggio scomodo viene rapito dai cattivi di turno, legato e torturato lentamente e barbaramente fino a far cadere ogni omertà, silenzio, reticenza, fedeltà da parte sua, costretto quindi a confessare per smettere di soffrire. Nel frattempo gli occhi sono pesti, la bocca sanguina, il corpo è ricoperto di ferite. A volte lo risparmiano ma il più delle volte lo tolgono di mezzo freddandolo con un colpo secco per evitare che crei loro problemi nella gestione del losco affare. Ce ne fosse una che manca di questa sequenza di scene. Io non vi dico che saprei produrre di meglio però poi se si ripiega su Netflix non lo si fa per sterili presa di posizione e principio o per snobismo, bensì per ovvie comprensibilissime motivazioni. Insomma, è legittima difesa.

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