Sereno variabile

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La notte fa il suo gioco, e serve anche a quello: a far sembrare tutto, tutto un po’
più bello. (Jovanotti)

Che poi tirando le somme – cosa che ho sempre detestato fare perché in vita mia raramente i conti mi sono tornati -, se riuscissimo a minimizzare nell’accezione positiva dell’atto, se riuscissimo a fare una scrematura naturale, se fossimo in grado di osservare un punto senza farci distrarre dai tanti altri puntini più o meno luminosi che gli ruotano intorno, se riuscissimo a focalizzarci su quel punto, se riuscissimo ad osservare tutto da una prospettiva che anteponga i bisogni realmente primari e che riduca all’osso il resto, forse allora, per un fugace istante ispirato dall’intelletto razionale, avremmo chiara e netta la percezione di ciò che conta davvero. Forse capiremmo che sono i momenti di serenità quelli di cui abbiamo davvero bisogno, la semplicità dei gesti quotidiani, anche di quelli ripetuti ogni giorno, che sono le nostre sicurezze, i nostri bozzoli, le nostre ancore. Sono i momenti nei quali ci sentiamo pienamente a nostro agio – tra una prova e l’altra della vita, tra peripezie, vicissitudini, turbe, elucubrazioni, paranoie, paure, combattimenti interiori, decisioni e rogne -, i momenti in cui nulla è snaturato, distorto, falsato, quelli in cui la nostra anima depone scudo e catene. Quelli dove nasce la calma e trova terreno fertile la pace. I nostri angoli di paradiso in terra che non ci sembrano tali finché non ci riflettiamo su, finché non li viviamo da un po’, finché non ci mancano e non vorremmo altro che riviverli per riavvertire quella sensazione lì, di ovatta soffice e colorata a fare da cornice. Momenti dove godiamo del presente esattamente per quello che è, perché così com’è ci piace. La serenità data dai sorrisi rilassati e dai muscoli distesi. Se dovessi appunto far coincidere la serenità con un momento della giornata, una stagione, una circostanza, un rito, la identificherei con le sere d’estate, non quelle in cui la morsa del caldo c’attanaglia, ma quelle dall’aria frizzante, con le cene fuori in giardino o in terrazza, quando a metà pasto ti alzi per prendere un giacchetto e poggiartelo sulle spalle, quelle silenziose con il cicaleggio e il frinire dei grilli che diventano suoni ipnotici e i cieli stellati in cui perdere lo sguardo trasognante, quelle sospese in uno spazio luccicante dove i pensieri diventano fluidi e tutto si diluisce, panorami da cui lasciarsi incantare e che offrono spunti per sognare, quelle cene protratte per la quantità di chiacchiere ma che poi ad un certo punto rallentano per il senso di benessere che nel frattempo inizia a pervaderci, e si intervallano ai brividi di freddo e agli sbadigli rilassati. Quelle che le chiacchiere alla fine lasciano spazio al silenzio e alla contemplazione, il silenzio degli abbracci stretti, delle mani che si cercano, delle gambe che si attorcigliano e si avvinghiano. E poi un piccolo cane, il mio, che gira e annusa l’aria in cerca di qualcosa da catturare. I profumi distinti. E andare a dormire a notte fonda con addosso la sensazione di serenità, aprire la finestra della camera, volgere di nuovo lo sguardo al cielo e riassaporarla ancora tutta d’un fiato, al buio. Ho fame di serenità. La variabilità la aumenta.

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